Il primo minuto

Sono settimane intense, piene di corse, di consegne e di lavori nuovi, ma è anche il momento per me e il mio socio di “cambiare casa” e di presentarsi all’esterno nella forma che più si avvicina alle nostre capacità.
Non voglio peccare di presunzione, ma, come Goku, ci siamo parecchio evoluti ed è giusto farlo sapere.

Per questo motivo sto, (stiamo), lavorando alla nostra “immagine coordinata” che, per quanto riguarda biglietti e loghi è praticamente decisa, ma quando si tratta di portfolio personalmente diventa sempre una spina nel fianco.
Mi piace scrivere. Mi piace molto più scrivere che parlare. Si perché posso tornare indietro, rileggere, rielaborare, e una volta pronto pubblicare o inviare, ma quando si tratta di presentarsi… beh, è un po’ come trovarsi al ballo delle debuttanti, alzare la mano e… no no no, meglio ancora, è come essere alla prima volta in un gruppo di alcolisti anonimi o roba simile e “Ciao, mi chiamo Susy e facciocosevedogente” “Ciaoooo Suuusy“…
Capiamoci, non credo che quel che facciamo sia disonorevole o non interessante, solo non so con che tono di voce dirlo.

Ho buttato giù due righe per parlare di uno dei progetti che abbiamo affrontato.
La prima versione sembrava un volantino compramicomprami, un tono troppo enfatizzato nel quale neanche mi ci rivedevo. Allora sono andata sullo stringato ed è venuto fuori una specie di  telegramma scritto da una segretaria  anni ’30.

Giusto per far chiarezza, stiamo parlando di un articolo che spieghi nel migliore dei modi il lavoro di 2 anni fatto per un cliente, architetto, per il quale abbiamo fatto fotografie, panoramiche, sito web (e supporto morale), non una tesina sulla fisica quantistica.

La terza versione ho deciso di riportarla qui perché, si, questa sono io, ma forse è un po’ troppo…  😀

E allora vi lascio alla presentazione:

“Quando si tratta di una commissione di fotografia d’interni e/o architettura, la cosa più difficile di questi lavori è sempre l’ambiente in cui si viene catapultati, un giorno a Vancimuglio, la volta dopo a Trebaseleghe e non si sa mai a cosa si andrà incontro, di sicuro, comunque, non alla casa di Paola Marella, per cui si parte già mettendosela via e portandosi appresso cintura di contenimento e guanti da lavoro per spostare divani obrobriosi e scatole di giocattoli sparsi in giro per tutto il salotto, magari dei Lego che, dato che “toglietevi le scarpe per cortesia che ho messo il resinato nuovo“, ti si infilano nel calcagno e quando li pesti un po’ muori.

No, la cosa difficile non è fare le fotografie, no, perché una volta che senti lo spazio e intuisci il motivo per l’architetto ha messo un finestrone gigante in cima al muro vuoto così che ne entri la luce o il cubo di scale con lo stacco che fa un certo che’, o peggio, il terrazzo di vetro che “col c… che ci cammino sopra” ma l’architetto vuole farti provare l’ebrezza del rischio se proprio proprio vuoi andare in bagno, allora “fare” le fotografie è il meno.

Che ci capiamo, non è che basta mettersi nei quattro angoli della casa e scattare verso il centro della stanza, è un po’ più articolata la cosa… inoltre, tralasciando tempi/diaframmi/sentibilità ecc, non è che finisce lì, poi ci sono notti insonni per tirare a lustro le immagini e consegnare in tempi record i file finali, gli stessi file che, una volta scremati, vengono usati per sintetizzare il lavoro di una vita da architetto alla conquista del west.

Si perché uno dei motivi per cui Tarquinio ci ha ingaggiato per il suo portfolio era l’esigenza di aver materiale utile per proporsi sulla piazza americana, con il fascino dell’Armani de no’artri che fa sempre impressione se ti arriva a casa.

Allora qui si apre un dialogo fondamentale, sottolineato dalla domanda esistenziale: “Come ragionano gli americani?!”.
Negli Stati Uniti, si sa, la gente è molto pratica, ma, d’altra parte la mole di lavori importanti rappresentati non si poteva sintetizzare in quattro foto in croce. Per risolvere l’arcano abbiamo deciso quindi di fare un po’ come si fa con i video, ovvero, se catturo la tua attenzione per il primo minuto, il video poi te lo guardi tutto.
Con questa teoria abbiamo disegnato una homepage chiara e con CTA (richiami all’azione) ben in evidenza, dato spazio alle immagini migliori e se il miele non ti è bastato e vuoi tutta la papareale, tramite i vari link si arriva all’intero portfolio. Cosa che, da quanto riporta il diretto interessato, è stata di grande aiuto per presentare il proprio stile e le proprie idee agli anglofoni durante le permanenze in terra straniera.”

Questa direi che è la mia “sintesi”, di un percorso intenso, ricco ed interessante che, se poco poco, vi ha catturato l’attenzione, (come il primo minuto del video), vi corredo di qualche immagine di backstage 😉

(si, era troppo facile mettervi una galleria per sbrodolarsi addosso.. ahahha, questo è il link al sito dell’architetto)

 

 

4 pensieri riguardo “Il primo minuto

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