Proud of You

Ok, mi sono decisa. Ho scritto e cancellato e riscritto questo articolo penso 10 volte, perché ad ogni rilettura sentivo la nota amara che sotto sotto c’era.
Si perché quando lavori mettendoci l’anima perché il risultato sia perfetto, la temperatura colore identica all’affresco originale e ti sbatti perché la chiarezza del dettaglio faccia risuonare nell’osservatore la stessa emozione che si prova dal vivo, guardando da vicinovicino ed intravedendo le pennellate lasciate secoli prima, ma l’organizzatore della mostra tutto questo non lo sa e chiede semplicemente di usare quella foto per tutta la comunicazione della temporanea, senza né a né ba, un po’ le braccia ti cadono…

Fortunatamente i “padroni di casa” dell’affresco non sono gli ultimi sprovveduti e anzi, con la prontezza di riflessi di Buffon e lo zelo di Papa Francesco, hanno interpellato avvocati, fotografo e con firme su firme sono giunti ad un accordo con il Museo del Gioiello che, per l’appunto, chiedeva di utilizzare la fotografia in questione su inviti, banner, sito web ed una parete di boh.. 6 metri x 3 che faceva da sfondo alla temporanea sul simbolismo della catena gioiello.

 

Alla presentazione c’eravamo anche noi, io e Nicola, fieri del bel risultato e della tenuta nella resa del pixel ingigantito;
l’immagine infatti non era stata commissionata in occasione dell’evento, ma faceva parte di un progetto molto più ampio e articolato, per la realizzazione del primo volume del 2016 che raccontava Villa Zileri e le sue meraviglie: sale affrescate a festa da Giambattista Tiepolo, architetture d’importanza storica ed un parco ricco di rarità botaniche.
La volontà del cliente ha chiaramente portato ad un uso massivo del digital enhancement per le fotografie (detto anche “fotosciòp“) e le ore passate in villa ed al computer sono state innumerevoli perché tutto fosse il più realistico e sorprendente possibile.

Ad ogni modo, nonostante non ami personalmente questo tipo di eventi, in cui nell’invito manca solo che scrivano di portarsi un manico di scopa per il c… l’occasione è stata particolarmente piacevole in quanto la mostra stabile al piano superiore è a parer mio qualcosa di straordinario, abbiamo “sbocconcellato” l’impossibile grazie alla posizione strategica (tra la porta d’ingresso ed il passaggio dei camerieri, che sorridevano compiaciuti ad ogni passaggio), per l’orgoglio nel vedere un pezzetto di lavoro di quasi un anno stampato in formato spropositato, ma soprattutto per l’incontro, (dopo più di dieci anni) con la mia ex professoressa di storia dell’arte Alessandra Possamai.

Contavo di incontrarla perché qualche settimana prima, venuti a conoscenza di quello che ci avrebbero chiesto, siamo andati a spulciare il sito della mostra e tra i vari responsabili ecco che spunta un nome indimenticabile… La Possamai! A vederla in video mi sono emozionata e mentre l’ascoltavo nell’intervista mi tornavano in mente le sue lezioni di storia dell’arte durante le quali, con la sua conoscenza e passione da archeologa, mi immergeva in mondi lontani, perduti e fantastici.

Nel mio immaginario la vedevo come una valchiria ed infatti, alta, bionda, giunonica ed energica sarebbe stato difficile vederla come Olivia di Braccio di Ferro. Senza nulla togliere a tutti gli altri docenti, credo di poter dire che l’amore per l’arte e la storia me l’abbia trasmesso proprio lei. Entrava in classe con una borsa gigante dalla quale uscivano libri e quaderni ed ogni giorno si presentava con enormi gioielli, spesso dorati, che io pensavo sempre avesse ritrovato lei stessa in qualche scavo negli anni passati.

Nel suo modo di essere e di relazionarsi mi ci ritrovavo; poche cazzate e quando c’è qualcosa da fare andiamo al punto. Mi ricordava anche il mio periodo “giurassico“, quando da piccola, per un tempo imprecisato, ho avuto la scimmia per i dinosauri perché, crescendo a pane e Quark (sia lode a Piero Angela), mi illudevo di poter ritrovare reperti d’importanza storica nel giardino di casa mia e quindi, a 6/7 anni andavo in cortile e scavavo e scavavo e scavavo… fino a fare una buca di 1 metro per 2 dalla quale sbucavo giusto con la testa e, affranta dal non aver trovato nulla, andavo a rubare un osso dal bollito di mia nonna, lo infarinavo per bene nella terra e cercavo di convincere mia mamma a farle chiamare il distretto specializzato nei casi di ritrovamenti extrasensoriali.

 

La gente cambia, si evolve, (come i dinosauri…) e ho smesso di scavare nel giardino alla ricerca di un T-Rex da mettere in camera, quello che è certo però è che i sogni restano, quelli belli restano sempre, e quando ritrovi le persone che in un baleno ti riportano a quei sogni, la soddisfazione è ancora più grande di qualsiasi ritrovamento preistorico.

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