Nomofobia

Premessa:
sintetizzando, la Nomofobia è il disturbo per il quale si ha una, più o meno forte, dipendenza da smartphone.

Ok, io non mi reputo affetta da questa patologia;
per lavoro, ma anche per comunicare il mio stato di vita ai miei familiari, che abitano a 40km da dove sono andata a vivere, uso telefono, tablet o computer.

Succede che ho avuto la brillantissima idea di fare una bella pila ordinata delle bollette, dando ad ognuna la priorità che si merita per pagarne una alla volta, a seconda di quando arrivano i pagamenti a me (come nella gif del gatto in cui arrivano i soldi e se ne vanno).

Probabilmente presa dalla magnetica bellezza dell’ordine o dal cerebrale amore per le collezioni, mi sono fatta prendere la mano finché il mio operatore telefonico ha deciso di staccarmi la spina.

Per questo motivo, in questi giorni, finché alla Vodafone non passa l’arrabbiatura, neanche fosse una fidanzata che se l’è presa perché non hai notato il nuovo taglio di capelli, mi sento come una specie di autistica che non può uscire di casa se prima non ha controllato le mail, i messaggi whatsapp, fatto le telefonate per avvisare che sto partendo e, se dio vuole e non mi manda una coda in autostrada o una mandria di bufali ad attraversare la strada, secondo Google Maps (che peraltro non tiene conto che devo andare al 40% di velocità in meno perché quella poverina della Y ha bisogno di pastiglie per i freni e magari di un esorcista), “…dovrei essere lì tra 1 ora e 53 minuti…”

Così parto, arrivo all’appuntamento spaccando il secondo ma il cliente è superimpegnatissimocheneanchetidico e “dammi un minuto che servo questo cliente…” diventa “ma che bene che ti stanno i capelli bianchi che ti sono cresciuti in questi anni di attesa!”.

Allora ci sono (o meglio, ci sarebbero) due scelte: “guarda, magari ripasso oggi pomeriggio, mi faccio un’altra ora e 53 minuti di ritorno ed un’altra andata e ritorno” oppure “ok, nessun problema, mi metto qui in angoletto e mentre aspetto vado avanti col lavoro e controllo le ma..” .

NO non puoi perché il locale non ha il wifi e tu sei una poveretta senza internet.

Allora comincia la tua ricerca di reti, il che assomiglia ad un mix tra la caccia ai pokemon e l’astinenza da metadone dei tossici, ma niente, in tutto il vicinato pare che i router siano blindati e che non ci sia più la cara vecchia usanza della “password 123” e quindi è tutto inutile le eventuali 25 mail di lavoro e aggiornamento non le leggerò se non una volta in studio.

Non hai libri, riviste, depliant di dentisti o libretti di istruzioni da leggere con te, perché non era previsto, allora, come un indiano che fa la danza della pioggia, invochi una telefonata, anche una da parte di un centralinista indiano che parla come un Furby e vuole sapere se ti trovi bene con il contratto della luce. Invece niente, il vuoto. Una sorta di lezione di yoga coercitiva per fare l’esame di coscienza più lungo della tua vita, ma sta sicuro che quella telefona inutile arriverà nel momento meno opportuno.

Sembra che questa punizione per aver sottovalutato il potere (e la infima crudeltà) del tuo operatore sia la tortura più grave mai subita, ma non ti dai per vinta e alla fine, stremata dall’assenza di vie di fuga pensi… perché no?

Le note del telefono non hanno bisogno di connessione.

Ed ecco che scrivi il prossimo post per il tuo blog, che pubblicherai una volta a casa, alla velocità dell’adsl.

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